Chi sono

Mi presento: mi chiamo Marco Coscia e sono un avvocato.

Ho scritto “sono” un avvocato perché la mia visione della professione forense non è quella di un lavoro, un mestiere o un hobby, ma di una missione di vita.

Chiunque scelga di diventare un avvocato lo fa per una o più ragioni personalissime, spesso irrazionali e sviluppatesi nel tempo grazie anche alle attitudini personali, che indirizzano le scelte di vita e quindi anche il lavoro. La mia attitudine, fin dall’infanzia, è stata sempre quella di lottare contro le ingiustizie, a costo di sembrare impopolare.

Col tempo, mi sono reso conto che questo atteggiamento istintivo non mutava, anzi, definiva in modo marcato il mio carattere anticonformista e mi obbligava ad emergere dalla massa. Per questo ho intrapreso un percorso di vita che mi portasse ad individuare la professione che mi avrebbe consentito di aiutare il prossimo e di essere un punto di riferimento per molti.

Conseguita la maturità classica presso la Scuola Militare Teulié di Milano, quindi, mi sono iscritto alla facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre e già durante il mio secondo anno di università ho cominciato a collaborare nel pomeriggio con un avvocato, per il quale svolgevo prettamente lavoro di segreteria e depositi/ritiri di atti giudiziari presso i Tribunali.

Sentivo il bisogno, infatti, di scoprire se il “mestiere” mi potesse realmente piacere, se la quotidianità della professione forense fosse corrispondente alla mia visione del lavoro, perché, in caso contrario, avrei dovuto rivedere i miei obiettivi ed intraprendere altre strade una volta laureatomi.

A posteriori rifarei la stessa scelta, rivelatasi fondamentale per la mia crescita professionale, perché coniugare studio e lavoro mi obbligò a studiare meno ore ma con più profitto (con conseguente beneficio del mio percorso universitario) e, nel contempo, mi diede la certezza che la professione forense sarebbe stata la scelta giusta per me.

Così il 25 maggio 2012, il giorno successivo alla discussione della tesi di laurea, intrapresi la pratica forense con tanta voglia di imparare sul campo quanto appreso solo sui libri e con un unico obiettivo in mente: diventare avvocato.

Il percorso è stato tortuoso, non lo nego. La condizione in cui versano i praticanti in Italia è priva di una reale tutela giuridica e trovare un dominus realmente interessato a curare la crescita professionale del proprio praticante si rivela purtroppo una questione di fortuna.

Io ne ho avuta, perché la mia domina, avvocatessa preparata e attenta alla mia crescita professionale, mi permise di imparare e fare errori senza pressioni, in un ambiente lavorativo adatto per un neolaureato.

Una volta terminata la pratica forense  e acquisito un buon bagaglio professionale di base, diventai praticante abilitato, collaborai presso altri studi legali con più dolori che gioie e, nel frattempo, cominciai a rimboccarmi le maniche per scalare l’ultima montagna prima di raggiungere l’obiettivo prefissato: l’Esame di Stato.

La preparazione è stata lunga, stressante e costosa (tra manuali e corsi di preparazione) con prove scritte e orali tra le più dure che avessi mai affrontato. Il primo tentativo si è arenato alle prove scritte, ma il secondo è andato a buon fine e mi ha permesso finalmente di coronare il mio sogno.

Dal 28 ottobre 2016 sono un avvocato e mi impegnerò ad osservare i doveri della professione forense con lealtà, onore e rispetto della giustizia, avendo sempre come obiettivo primario la tutela dei diritti dei miei assistiti.

Come disse il sommo giurista Piero Calamandrei:

il grande avvocato è colui che è utile ai giudici per aiutarli a decidere secondo giustizia, utile al cliente per aiutarlo a far valere le proprie ragioni. Utile è quell’avvocato che parla lo stretto necessario, che scrive chiaro e conciso, che non ingombra l’udienza con la sua invadente personalità, che non annoia i giudici con la sua prolissità e non li mette in sospetto con la sua sottigliezza: proprio il contrario, dunque, di quello che certo pubblico intende per “grande avvocato”.